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Ario

Al centro della lotta ariana sta la dottrina sostenuta dagli atanasiani della piena divinità di Cristo e della “omousia”, cioè dell'unita di essenza, o parità di essenza, di Cristo con Dio Padre.

Questa dottrina corrispondeva al bisogno della religiosità di allora: il cristiano greco del quarto secolo considerava la chiesa, in prima linea, come il grande istituto di grazia che somministra forze soprannaturali per l'acquisto dell'immortalità. Se la chiesa doveva essere in condizioni di distribuire ai suoi membri “immortalità” e “indiamanto”, il suo fondatore doveva essere veramente Dio: l'accettazione di una subordinazione di Cristo a Dio, che gli ariani sostenevano, rendeva problematica per il pensiero religioso la redenzione degli uomini. Quando fu riconosciuta la piena divinità di Cristo, la dottrina dell'omoousia fu estesa anche allo Spirito Santo; cosi sorse il dogma ecclesiastico della Trinità.

Arianesimo

L'arianesimo rappresenta lo sviluppo dell'adozionismo di Luciano d'Antiochia. Ario, presbitero della Chiesa di Alessandria, personalmente incensurabile, pensatore ardito e scrittore abile, non negava che Cristo fosse il Logos, ma considerava il Logos come la prima delle creature, e non lo faceva eterno come il Pa­dre. Con queste precisazioni, intendeva evidentemente asserire la subordinazione di Cristo a Dio e l'assoluto monoteismo. Egli dava alle sue idee una forma drastica e popolare: “Dio non è sempre stato Padre; il Figlio non era, prima di essere stato generato; egli è divino soltanto per partecipazione, non conosce veramente il Pa­dre, non è immutabile come il Padre, e perciò non è impeccabile per essenza, sebbene perseveri liberamente nel bene”. Queste negazioni avevano un sapore di empietà, soprattutto quando si rivestivano di forme popolari, come nel Banchetto di Ario: “Avevate un figlio prima di averlo generato?” — “Esistevate prima che vostra madre vi avesse partorito?”.

Fu certo il carattere popolare e lo spirito negativo di questa propaganda che diede alla questione ariana la sua grande risonanza. Scomunicato dal vescovo di Alessandria, Atanasio, Ario trova un appoggio nel vescovo Eusebio di Nicomedia (da non confondere con lo storico). La controversia si accese vivissima, agitando profondamente tutti gli strati della popolazione cristiana. Costantino, che dalla pace col cristianesimo aveva sperato buoni frutti per l’unità spirituale dell'impero, vide nella controversia un pericolo per la sua politica di conciliazione, e convoca un concilio di vescovi per dirimerla: il Concilio di Nicea (325).

Dei 250 o 300 vescovi, quasi tutti orientali, presenti al concilio, una piccola parte, diciamo cosi, all’estrema sinistra, sosteneva le idee di Luciano e di Ario; il loro capo era Eusebio di Nicomedia. Al centro, esisteva un largo partito medio e conciliante di tendenze origeniste, guidato dallo storico Eusebio di Cesarea. A destra era la corrente che doveva essere poi quella della ortodossia, la quale rifuggiva dalle speculazioni teologiche, sentiva, sul piano dell'adorazione, Cristo come perfettamente divino, ma ripudiava il sabellianismo, e rinunziava a spiegare i rapporti del Figlio col Padre, considerandoli come un mistero (Alessandro di Alessandria, Marcello di Ancira, Osio di Cordova).

Costantino non aveva alcun interesse a condannare un partito qualsiasi. Egli cercava la pace e la concordia, ed una formula abbastanza elastica per ristabilirla. Eusebio di Cesarea propose quella in uso nella sua Chiesa. Essa non destò opposizioni, ma apparve insufficiente ad escludere le espressioni più osate di Ario, a cui era contraria la maggioranza del concilio. Su proposta, a quanto pare, di Osio di Cordova si introdusse la dichiarazione che il Figlio è “consustanziale” (omoousios) col Padre. Costantino, forse senza intenderla, l’accetto e l'impose al concilio. La formula andava certo al di là di quello che pensava la maggioranza origenista del concilio.

Il decreto di Nicea fu imposto con la forza. Ario, Eusebio di Nicomedia furono esiliati. Ma la maggioranza dei vescovi orientali, che manteneva, nella linea di Origene, una certa subordinazione del Figlio al Padre, formò un fronte comune con gli ariani sconfitti e riuscì a tirare dalla sua anche Costantino. Gli esiliati furono richiamati. Ario morì prima di rioccupare il suo posto (336). E furono i capi della ortodossia nicena a prendere la via dell’esilio: Atanasio, Marcello d'Ancira. Costantino morì nel 337. Egli era stato battezzato poco prima di morire da Eusebio di Nicomedia, tornato in favore. La politica filoariana di Costantino fu portata avanti da Costanzo.

II favore statale per la tendenza ariana e filoariana, o semiariana (origenista), non era motivata unicamente da preferenze personali o da intrighi di corte. Le due tendenze, ortodossa e filoariana, non differivano soltanto sopra una dottrina specifica: o meglio, quella dottrina era cosi centrale, che il dissenso implicava tutto un orientamento diverso. I vescovi orientali, con la grande apertura di spirito ereditata da Origene, avevano una tendenza alla sintesi culturale, che da una parte li induceva a tradurre la fede cristiana in filosofia, dall'altra li rendeva inclini al compromesso, non soltanto sul piano della cultura, ma anche su quello dei costumi e della politica. Essi formavano il partito più duttile, più pieghevole alle esigenze di una chiesa di stato; mentre gli ortodossi, appunto nella loro proclamazione intransigente della assoluta divinità di Cristo, innalzavano la fede cristiana al di sopra di ogni sintesi culturale, al di sopra di ogni filosofia ed ergevano la Chiesa di fronte allo Stato in una fiera indipendenza. Duri, intransigenti, pronti all’esilio, come il loro maggiore rappresentante Atanasio, non formavano un partito di governo: erano per natura il partito di opposizione, o addirittura della rivoluzione che continua.

Frattanto si continuava a cercare un compromesso. Negli ambienti origenisti fu escogitata una formula, che si distingueva soltanto per un iota da quella di Nicea. Il Figlio, si disse, non è identico nella sostanza (omoousios) al Padre, ma soltanto simile (omoiousios, da omoios, simile); mentre la pattuglia estremista ariana si
spingeva a negazioni più radicali: il Figlio non e identico (omos) nè simile (omoios), ma dissimile (anormois) dal Padre, il partito di centro, stanco dei suoi alleati di sinistra, si orientava sempre più verso un intesa con gli ortodossi. Questa fu compiuta, dopo la parentesi del breve e sfortunato tentativo di restaurazione pagana compiuto da Giuliano l'Apostata (351-363), ultima reviviscenza del sincretismo religioso, con la sua teologia neoplatonica, il suo simbolismo, e una buona dose di imitazione del cristianesimo. Da parte origenista si accetto la formula omoousios; da quella ortodossa si acconsenti ad intenderla tacitamente nel senso di omoiousios. La nuova ortodossia, che univa ad una accettazione sostanziale della fede nicena l'esigenza della cultura e una venerazione non priva di discernimento critico per Origene, è rappresentata soprattutto dai tre grandi Cappadocesi, Basilio di Cesarea, Gregorio Nazianzeno e Gregorio Nisseno. L'avvento di Teodosio consacrò la vittoria anche politica della nuova ortodossia, e il Concilio di Costantinopoli (381) la sanzionò definitivamente, completando il Simbolo di Nicea con una appendice sullo Spirito Santo, e lasciando cadere gli anatemi finali, come a significare che ormai l'episodio ariano apparteneva al passato.

Dopo che fu fissato il dogma della divinità di Cristo, si sollevò il problema sul rapporto tra la natura divina di Cristo colla sua natura umana, cioè il problema: fino a che punto il redentore fosse Dio e fino a che punto fosse nomo. Come bisognava concepire l'unione della natura umana con quella divina dell’incarnazione di Dio? Accanto alla natura divina del Dio umanato, rimaneva forse la natura umana autonoma e intatta (duofisitismo)? Ma con ciò la reale unione di Cristo con l'umanità diventava incerta e la redenzione diventava problematica! Oppure le due nature nel Dio umanato erano così fuse l’una coll'altra, che la natura umana s’era risolta in quella divina e nel «Dio umanato» era rimasta solo la natura divina (monofisitismo)? La seconda concezione soddisfaceva veramente l'aspirazione alla salvezza, ma metteva in pericolo la proposizione che Gesù era stato veramente, terrenamente uomo.

Perciò scoppiò una lotta dogmatica in cui la gelosia dei vescovi di Alessandria, di Costantinopoli e di Roma, ebbe la sua parte e la sua influenza dannosa. Invano il terzo e il quarto sinodo ecumenico di Efeso (431) e di Calcedonia, cercarono di appianare la disputa. La soluzione dogmatica di Calcedonia, che cercava di pacificare la lite per mezzo della esclusione dei due estremi punti di vista, scateno anche più l'opposizione e le agitazioni “monofisitiche”, le quali durarono fino all'anno 680.

Nelle province dell'est e del sud dell'impero bizantino si accese la rivolta; dalla chiesa cattolica si staccarono grandi chiese nazionali eretiche: la nestoriana, la armena, la jacobita e la copta, le quali anche oggi esistono come chiese indipendenti benché in maggioranza ridotte a poveri residui.

Prescindendo da queste formazioni di chiese, il risultato definitivo fu il dogma delle due nature in Cristo, fissato nell'anno 451. Dopo questo, i problemi dogmatici dibattuti finora nella disputa ariana e cristologica non si potevano più risolvere colla sola ragione. Cosi la lotta dogmatica fini in ambedue i casi coll'affermazione di un mistero per la ragione: un essere divino e tre persone, due nature ma un Cristo.

La controversia-monofisita ebbe come centro, nella sua prima fase, la persona di Nestorio, nella seconda quella di Eutiche. Nestorio era un prete alessandrino, formatosi a quella scuola di Antiochia, dalla quale era uscito anche Ario. Egli insorse contro l'uso popolare di designare la Vergine Maria col titolo: “Madre di Dio” (Theotόkos, Dei Genitrix, Deipara) provocando una violenta reazione popolare, capeggiata da Cirillo di Alessandria. La controversia fu chiusa dal Concilio di Efeso con la condanna di Nestorio; ma una formula di compromesso ridiede forza al partito antiocheno (delle due nature), provocando una violenta reazione di quello alessandrino (monofisitico). Questo ebbe per capo l'Archimandrita (capo di un convento) Eutiche di Costantinopoli. Nella formulazione del Credo di Calcedonia (Cristo consta di due nature in una persona) ebbe una parte importante una lettera teologica del vescovo di Roma, Leone Magno.

Fonde: Sommario di storia del cristianesimo. Edizione Claudiana