teologici e scrittori del II e III secolo
Il più antico cristianesimo viveva con idee molto semplici su Cristo e il regno imminente, ma già nella comunità primitiva e ancora più in Paolo e nell’Evangelo di Giovanni, si manifestano considerevole tendenze a una teologia, cioè a una riflessione sugli oggetti della fede,
sulla crocifissione e sulla resurrezione, sulla redenzione dei credenti ottenuta con questo mezzo, oppure sulla natura di Cristo come, ad esempio, viene presentato attraverso il concetto di Logos nell’Evangelo di Giovanni.
Filosofia greca
Nel secondo secolo noi incontriamo i primi veri teologi: persone che collegano il cristianesimo con determinate idee e indirizzi di pensiero della filosofia greca. I più eminenti teologi della antica chiesa portano il titolo onorifico di “padri della chiesa”
Nei più antichi scrittori della Chiesa, designati dal secolo XVII come Padri apostolici, le preoccupazioni pratiche e pastorali predominano su quelle del pensiero; essi attestano però anche la trasformazione del cristianesimo primitivo in vecchio cattolicesimo.
L'Epistola che il vescovo di Roma Clemente scrisse alla chiesa di Corinto verso il 90, per esortarla a rispettare i suoi conduttori, non è ancora l'atto di autorità di un papa, ma tradisce già un senso tipicamente romano dell'ordine e dell'autorità gerarchica.
Le Epistole di Ignazio d'Antiochia alle chiese di Efeso, Magnesia, Tralle, Roma, Filadelfia, Smirne, e al vescovo di Smirne Policarpo, sono documenti personali di un grande valore. L'Epistola che il vescovo condannato alle belve, in viaggio per la capitale, scrive ai cristiani di quella citta, perché non cerchino di salvarlo dall'ambita corona, e un bruciante elogio del martirio, che rivela una fede cristiana associata ad una sensibilità orientale e ad una concezione ellenistica della vita nel corpo come prigionia, e della morte come liberazione e vera vita (110-115).
II Martirio di Policarpo è una lettera collettiva, in cui la Chiesa di Smirne diede la notizia a quella di Filomelio, nella Frigia, della morte gloriosa del suo vescovo nell'arena di Smirne (155 circa). Documento di una grande nobiltà, è la prima attestazione di un culto commemorativo dei martini e della venerazione delle loro reliquie.
L'Epistola di Barnaba (pseudonima) a un esemplare della esegesi allegorica che stava diffondendosi nella Chiesa.
I pochi frammenti che possediamo dell'opera di Papia, Esposizione dei detti del Signore (in cinque libri) c'informano sulla sua attesa millenaristica, rivestita di colori fantastici, e sulla sua predilezione per la tradizione orale, nei confronti della scrittura.
Il Pastore di Erma
Il Pastore di Erma, scritto a Roma mentre il fratello dell'autore, Pio, era vescovo, si occupa del problema della «seconda penitenza». In esso il termine neotestamentario «metanoia» che significa la conversione, assume il senso di penitenza ecclesiastica, che conserva nel cattolicesimo.
Ai Padri apostolici alcuni aggiungono l'Epistola a Diogneto, di autore anonimo e data incerta, nota soprattutto per la squisita descrizione dei cristiani migranti nel mondo, "senza patria, e cittadini di tutte le patrie, presenti nel corpo sociale come I‘anima dell'uomo nel suo organismo fisico; e la sua calda descrizione, di carattere paolinico, del piano redentore di Dio, attuantesi nel momento opportuno (kairos) da Lui scelto a questo fine.
Giustino martire
Tra i più antichi padri greci della chiesa bisogna ricordare Giustino martire, un filosofo greco di natali pagani che aveva cercato lungo tempo invano nelle scuole filosofiche greche una soddisfacente visione religiosa della vita, finché non conobbe il cristianesimo. Anche da cristiano egli conserve il costume e la professione d'insegnante e di scrittore, comune ai filosofi peripatetici, soltanto che egli ora lavorava per la causa del cristianesimo. Egli scrisse tra l'altro una «apologia» in difesa dei cristiani. Verso l'anno 165 mori in Roma, martire.
Giustino Martire nacque a Flavia Neapolis, l'antica Sichem, in Samaria verso il 100-101, ed apri una scuola di «filosofia cristiana» a Roma. Abbiamo di lui una Prima e una Seconda Apologia ed un Dialogo con Trifone, giudeo. L'importanza di Giustino e degli altri apologisti (come Melitone, Atenagora, Taziano, Teofilo d'Antionel fatto, che proponendosi di dimostrare l'assurdita del paganesimo, avvalorano l'idea che il cristianesimo a la religione razionale, filosofica. A questo fine si valgono del concetto del Logos, che nella filosofia pagana esprime la razionalità divina presente nell'uomo, e di cui essi affermano che, «in questi ultimi tempi», si e incarnato in Cristo. Con questo, gli apologisti non intendevano risolvere il cristianesimo in filosofia, anzi, al contrario, fare di Cristo il supremo criterio del vero e del bene, additando nelle verità della filosofia un abbozzo e un presentimento della verità cristiana. In questo senso, Giustino può esclamare: «Tutto ciò che è stato detto di vero presso tutti appartiene a noi cristiani». Tutti coloro che vivono secondo ragione, cioè, secondo il Logos che è insito (emphytos) in loro a guisa di seme (Logos spermatikos), sono cristiani in senso lato; i filosofi antichi sono posti sullo stesso piano dei profeti, in quanto anch'essi hanno ricevuto una rivelazione parziale del Logos; e la sorte di Socrate dimostra che i fedeli del Logos sono sempre stati perseguitati.
Inversamente, i Giudei non hanno riconosciuto il Logos che si manifestava loro nelle teofanie dell'Antico Testamento, e l’hanno confuse col Padre; e non avendo riconosciuto iI Figlio, non hanno neppure conosciuto il Padre, come dice di loro Isaia: «Il bue conosce il suo possessore... ma Israele non mi ha conosciuto».
Gli apologisti
Gli apologisti, con la Ioro identificazione di Cristo con il Logos della filosofia antica, posero le basi dell'umanesimo cristiano. Tutto ciò che di grande ed universale e stato creato dalla cultura classica, l'idealismo di Platone, la teologia spiritualistica dell'eclettismo, la morale stoica, ed anche le arti dello spirito, la grammatica, la retorica, che affinano il pensiero e danno energia e precisione all'espressione, è accolto nella cultura cristiana non come un elemento estraneo, ma come un bene proprio, che soltanto nell'ambito della verità cristiana riceve il suo pieno valore.
Ma l'identificazione della ragione con Cristo sollevava un problema: se il Logos e immediatamente noto a tutti gli uomini, come mai è stato per tanto tempo disconosciuto? Come mai le filosofie si contraddicono tra loro? Come mai, al suo apparire, Cristo è stato respinto e crocifisso? La risposta degli apologisti e che la mente umana e stata fuorviata dai demoni, cioè è turbata dal peccato. E secondo che pongono l’accento su questa perturbazione, o sulla universale presenza del Logos, gli apologisti insistono maggiormente sulla denuncia della corruzione della cultura pagana, (che non ha scoperto nulla, perché ogni luce viene dai barbari, cioè dai Giudei, e Platone ha imparato da Mose), inaugurando cosi l'apologia del pugno chiuso; come è stata definita, in cui eccellono tra i greci Taziano l'Assiro, e tra i latini Tertulliano; o preferiscono inversamente sottolineare le consonanze e l'armonia del cristianesimo con la cultura, come Giustino e gli Alessandrini. Ma nella esigenza centrale concordano: la cultura ha bisogno di purificazione e di redenzione, per essere resa capace di riconoscere in Cristo il suo Signore.
La discussione dei problemi della cultura condusse i primi scrittori cristiani ad occuparsi largamente anche delle varie correnti interne del cristianesimo, le cosiddette «eresie». La gnosi, in particolare, poneva in maniera molto urgente il problema dei rapporti tra il cristianesimo e la spiritualità ellenistica. Essa era una forma di assimilazione che implicava l'allineamento del cristianesimo sul piano del sincretismo, e la perdita della sua originalità. La Chiesa senti il bisogno di reagire alla gnosi, e non lo fece soltanto elaborando il triplice canone del Credo, della Scrittura e dell'episcopato; ma intraprese anche la discussione sul piano delle idee. Giustino scrisse un Syntagma contro tutte le eresie, purtroppo perduto. I principali scrittori antieretici del II secolo sono Ireneo e Ippolito Romano.
Ireneo
Ireneo, nato in Asia Minore verso il 140, discepolo di Policarpo, venne a Lione, nelle Gallie, ove la chiesa era in massima parte di origine asiatica. Fu a Roma, durante la persecuzione in cui perirono i «martini lionesi», per intercedere in favore dei montanisti, combattuti dal vescovo. Successe nell'episcopato lionese a Potino, perito durante la persecuzione. Mori verso il 202. Girolamo afferma che fu martire, ma e il primo a dargli questo titolo. La sua opera principale, pervenutaci in una traduzione latina, e l'Adversus heareses. Ireneo confuta il dualismo gnostico introducendo una idea nuova: quella di sviluppo progressivo. Il mondo materiale non e cattivo, ma imperfetto. La sua imperfezione a inevitabile, perché ha incominciato ad esistere da poco ed a soggetto al mutamento. La meta dell'uomo e la natura divina, cioè incorruttibilità; e per conferirla all’uomo, il Verbo di Dio è sceso, assumendo la natura umana per sublimarla e divinizzarla. Cristo, vero Dio e vero uomo, ricapitola in se tutta la creazione, e riconcilia l'uomo con il Padre celeste. L'importanza di questa concezione è nel fatto che si stacca nettamente dalla visione ciclica pagana e pone I'idea di uno sviluppo lineare e ascendente a fondamento della interpretazione cristiana della storia.
Ippolito
Ippolito, nato verso il 170-175, discepolo, a quanto afferma, di Ireneo, a presbitero e dottore stimato nella chiesa di Roma, poi vescovo di una comunità dissidente per opposizione a Callisto; esule in Sardegna, con il suo rivale, entrambi vi morirono. La sua opera principale, conosciuta sotto il titolo di Philosophoumena, svolge la tesi, che le dottrine gnostiche derivano interamente dalla filosofia greca e dalle religioni misteriche.
A poco a poco cresceva la inclinazione dei cristiani per la cultura greca. Alla fine del secondo secolo, noi troviamo in Alessandria, il centro della cultura spirituale dell'impero romano, la famosa scuola catechetica, un'accademia cristiana dove insegnanti cristiani istruivano i giovani sia nella filosofia greca sia nella fede cristiana. Vi insegnava intorno all'anno 200, Clemente, uno dei più arditi pensatori dell'antichità cristiana, il quale concepiva la filosofia greca come una grande parallela al Nuovo Testamento e fondeva nella sua teologia idee cristiane con idee platoniche e stoiche. Ancora più significativo fu il suo scolaro e successore Origene, un dotto ricco di brillanti qualità e di straordinaria capacità produttiva. Egli scrisse il primo trattato dottrinale del cristianesimo, “De Principiis”, e numerose altre Opere: per esempio una confutazione del filosofo greco Celso il quale intorno all’anno 180 col suo pamphlet “La vera parola” aveva diritto nu mordace attacco letterario contro il cristianesimo.
Origene fu specialmente benemerito per la interpretazione della Sacra Scrittura. Più tardi egli lavorò in Cesarea in Palestina dove fondò una grande biblioteca e una importante accademia cristiana. Egli mori nell’anno 254 in Tiro in seguito alla tortura subita durante la persecuzione sotto Decio.
La chiesa cattolica dei secoli seguenti; non ha più sopportato uomini della libertà spirituale di un Clemente o di un Origene, anzi essa ha condannato più tardi, Origene per alcune sue vedute ereticali. Noi oggi dobbiamo alla scuola origenistica gran parte della nostra conoscenza sull'antichità cristiana: poiché il vescovo Eusebio di Cesarea, uno dei più significativi origenisti, mise insieme, col materiale della biblioteca di Cesarea, la prima storia della chiesa, l’“Historia ekklesiastike”. Questa opera è, insieme al Nuovo Testamento, la fonte più importante per la storia del cristianesimo dei primi secoli.
Clemente Alessandrino
Il primo docente a noi noto del Didaskaleion di Alessandria Panteno, «vera ape sicula, che coglieva fiori dai prati profetici ed apostolici», come lo definisce Clemente.
Clemente Alessandrino, di origine ignota, pagano di nascita, intelletto coltissimo, dopo avere molto viaggiato, divenne discepolo, collaboratore e successore di Panteno alla Scuola biblica di Alessandria. La persecuzione di Settimio Severo lo indusse a cercare rifugio in Cappadocia, ove perdiamo le sue tracce. Morì verso il 215-216. Egli aveva concepito il piano di un'opera di vasta mole, una sorta di trilogia del Logos missionario, pedagogo, maestro; ma non ne scrisse che le due prime parti, oltre ad alcuni saggi preparatori della terza. La prima, il Protreptikòs pròs Ellenia (da protrèpein, convertive) e un’apologia sul modello di quelle del II secolo. La seconda, il Paidagogos è un trattato di morale, di ispirazione stoico-cristiana. Nei sette Stromateis (letteralmente: tappeti variopinti, quindi: miscellanee) Clemente cerca di sviluppare, in antitesi alla gnosi eretica, il concetto di una «vera gnosi», accettabile per la Chiesa, Clemente riconduce l'ideale della perfezione cristiana dal piano intellettuale a quello etico, comune a gnostici e semplici credenti, e ne addita il vertice in quella disponibilità per il martirio, in cui i semplici credenti si distinguevano più degli aristocratici membri dei circoli teosofici; ma nella comune perfezione della fede, egli ammette resistenza di un particolare carisma, quello della conoscenza e della investigazione intellettuale. II «vero gnostico» si può riconoscere dal suo amore per la conoscenza di Dio, considerata come un fine in se, anzi, come il più elevato dei fini: tanto che, se si potesse dividere ciò che è inseparabile, il vero gnostico preferirebbe la conoscenza di Dio alla sua stessa salvezza. Inoltre, il vero gnostico è fedele alla tradizione ecclesiastica: «Per noi è gnostico soltanto colui che è invecchiato nello studio delle Sante Scritture seguendo la rettitudine apostolica ed ecclesiastica dei dogmi». La posizione di Clemente è dunque una sintesi di tradizionalismo ecclesiastico e di libertà intellettuale. Nella omelia Quis dives salvetur? Clemente, commentando l'episodio del giovane ricco, sostiene che il cristianesimo esige il distacco interiore dalle ricchezze, ma non impone di rinunciarvi materialmente.
Origene
L'ideale del «vero gnostico» preconizzato da Clemente è attuato da Origene, suo discepolo chiamato a succedergli dagli studenti in età di soli diciotto anni (era nato verso il 185), alla sua partenza. Origene, che in un momento di zelo eccessivo aveva venduto i suoi classici, senti il bisogno di tornare a scuola, e studio filosofia con Ammonio Sacca, il padre del neoplatonismo. Secondo una notizia incontrollabile di Porfirio, Ammonio Sacca sarebbe stato un cristiano di nascita ed educazione, tornato alla sapienza ellenica. Anche se la notizia non e esatta, esprime bene l’affinità che associa fin dal loro sorgere il pensiero cristiano e il neoplatonismo. Sotto la guida di Origene, il Didaskaleion si sviluppa. Era una semplice scuola di catechismo e di Bibbia, e diventa un istituto completo, la prima scuola secondaria e superiore cristiana. All’attività didattica si aggiunge presto quella editoriale: Origene dotato della generosità di un amico, Ambrogio, di alcuni stenografi e calligrafi, che annotano il suo insegnamento e lo moltiplicano. Questi perfezionamenti tecnici facilitarono l'opera dello scrittore, che è una delle più copiose dell’antichità (circa duemila scritti, secondo Eusebio). Per dissapori col vescovo Demetrio, Origene dovette lasciare Alessandria nel 231-32, e si stabili a Cesarea di Palestina, ove mori verso il 254.
L'opera di Origene è in massima parte dedicata all'esegesi degli scritti biblici, in cui conduce ad una perfezione senza precedenti il metodo della interpretazione allegorica.
Gli scritti esegetici di Origene si dividono in Scolii, brevi spiegazioni grammaticali di passi difficili, Omelie, prediche di natura assai varia, in forma familiare (omilein significa: conversare), ma di contenuto raffinatamente spirituale, e Commentari, illustranti interi libri della Bibbia: i più celebri commentari sono quelli dell’Evangelo di Giovanni e del Cantico dei Cantici, la cui interpretazione, in particolare, fece scuola e rimase il fondamento di tutta la mistica cristiana. Per avere uno strumento critico al servizio delle sue interpretazioni, Origene fece una edizione della Bibbia l'Exapla contenente in sei colonne parallele il testo ebraico e le versioni greche esistenti nel suo tempo.
La influenza durevole di Origene si connette soprattutto con i suoi lavori esegetici; ma più, celebri di questi sono la sua apologia Contra Celsum e la sua opera sistematica Peri Archòn, De principiis, pervenutaci in ona traduzione Latina, purtroppo non sempre fedele, per scrupolo di ortodossia, di Rufino d’Aquileia. Dobbiamo inoltre ricordare una nobile Esortazione al martirio, dedicato ad Ambrogio, ed uno scritto sulla Preghiera, interpretazione spirituale del Padre nostro.
Le fonti del pensiero di Origene sono, oltre la Bibbia, Platone, interpretato secondo le tendenze religiose del III secolo, e i sistemi gnostici, soprattutto quello di Valentino. Dio è ineffabile, pure essenza spirituale. Egli crea, per mezzo del Logos, un mondo di essenze incorporee, i noes, le intelligenze, non in numero illimitato, ma quante ne può contenere. Dio, infatti, non e infinito: per il pensiero greco l’infinita non è conciliabile con la perfezione, che e forma e misura. La creazione intelligibile, per contro, e eterna, poiché non si può pensare un momento in cui Dio sia inattivo. Le «intelligenze» ricordano le idee platoniche; ma sono, più che idee, enti quasi personali, dotati di libero arbitrio; sono evidentemente una trascrizione più sobria degli «eoni» di Valentino; sono anche più ortodossalmente distinti della divinità, di cui non sono emanazioni, ma creazioni. In virtù del loro libero arbitrio quegli enti, per quanto eccelsi, possono peccare, stancandosi dello sforzo necessario per perseverare nel puro bene; ed effettivamente, alcuni sono caduti, diventando, secondo la gravità della loro colpa, angeli, astri, uomini e demoni, e avviluppandosi in corpi più o meno luminosi e aerei, o pesanti e materiali. Sorge così il mondo sensibile: sorge, come per gli gnostici, da una degradazione delle creature primitive, con una pesante eredita da espiare; ma il dualismo gnostico è evitato: la creazione materiale non è l'opera di un demiurgo, ma di Dio stesso, per mezzo del Verbo; e la creazione è concepita come una scuola di rieducazione delle essenze decadute, ha dunque nella sua idea stessa un carattere provvidenziale e redentivo. Nelle nuove e più gravose condizioni di esistenza in cui sono cadute per la loro colpa, le intelligenze dovranno mediante un uso ragionevole del loro libero arbitrio, e assistendosi a vicenda, risalire gradatamente verso Dio e la loro primitive incorporeità. Il grande ciclo della redenzione sarà compiuto mediante il ripristino della pura intelligibilità del creato; a meno che si posse supporre che la materia, in qualche modo trasfigurata, venga a costituire un nuovo regno del Creatore, conformemente alla speranza giudaica del millennio. Non è prevedibile quanto tempo possa durare questo processo di rieducazione, né se il mondo attuale possa bastare; ma Dio ha tempo; e come l'attuale mondo materiale non è, verosimilmente, il primo sorto dopo la caduta delle intelligenze, così si può supporre che non sarà l'ultimo: in questa forma, Origene mantiene l'idea orientale e greca di una pluralità di esistenze successive delle anime, che sono eterne. Né si può prevedere con sicurezza che tutte le intelligenze decadute verranno a ravvedimento, poiché essendo dotate di libero arbitrio restano in ultima analisi arbitre del loro destino; ma si può sperare che nessuna di esse, a lungo andare, resisterà agli amorevoli richiami di Dio, e che tutti gli esseri decaduti, Satana compreso, saranno salvati (apo-katàstasis pànton).
In questo vasto processo di redenzione, Origene, cristiano, attribuisce una funzione preeminente al Cristo, cioè al Logos divino, che scese sulla terra unendosi all'anima dell'uomo più puro che sia mai stato, Gesù. Cristo, «Luce del mondo intelligibile», è venuto per illuminare le anime: la concezione della salvazione, in Origene e intellettuale (gnostica). Ma Cristo si è fatto ogni cosa a tutti: è il Maestro per coloro che sono in grado di ricevere la «conoscenza» salutare, e il «pastore» delle anime miti e docili che hanno bisogno soprattutto di guida morale, è il a «Re» per coloro che alla pieta aggiungono la ragione. Agli uni egli impartisce il pane della vita, cioè l'insegnamento morale di cui si vive, agli altri il vino delle idee trascendenti e segrete, che comunicano l’entusiasmo sacro, gioia riservata a coloro che cercano il Salvatore, non soltanto per essere nutriti da lui, ma per godere di lui. Per essi, Cristo e l'iniziatore della «gnosi», e li inebria col vino delle mistiche visioni. In questi accenti è l'anima profonda di Origene. In essi e dato percepire, che la dottrina del Logos non è per lui sol-tanto una teoria speculativa (come per tutta la filosofia contemporanea) ma esprime l'ardore non mai raffreddato del neofita e l’amore del credente per Gesù; mentre la distinzione tra lo «gnostico» e il semplice credente non va mai oltre i limiti consentiti dalla fraternità e dalla coscienza del comune destino: a quei semplici credenti Origene ha dedicato molte delle sue più belle e spirituali omelie.
L'opera del Verbo incarnato comprende la morte sulla croce: la morte dell'uomo Gesù, più propriamente, poiché il Verbo non può morire. Da essa, come dalla morte dei martini, emana una forza morale, da cui sono sconfitte le forze della malvagità. In ultima analisi, questa virtù purificatrice della croce è un mistero, che Origene riconosce senza tentare di spiegarlo; ma l'assimilazione della morte di Gesù a quella dei martiri basta a dimostrare quarte profonde radici avesse il pensiero della morte redentrice nell'animo del grande erudito, che fin dalle prime indimenticabili impressioni dell'adolescenza era stato assuefatto a venerare nel martirio la misteriosa dispensazione divina, in cui si corona il discepolato cristiano. Se tale e l'efficacia dei martiri umani, tanto più grande sarà quella del sacrificio di Cristo; dalla quale non soltanto l'umanità, ma l'intero universo decaduto riceve una salutare energia.
Si deve certamente a questa profonda e congeniale fede cristiana, se la figura dell'ultimo grande gnostico, il cui pensiero era troppo greco per diventare normativo, e stato nella Chiesa l'oggetto di un grande amore sempre risorgente, e una fonte inesauribile di pensieri e di impulsi fecondi. Sotto questo aspetto, Origene può paragonarsi ad Agostino; si può anzi dire, che il secolare travaglio del pensiero cristiano si configura come un dialogo tra il maestro alessandrino e il vescovo d'Ippona: come il cristianesimo occidentale ha ricevuto l’impronta di Agostino, così Origene rimane, in ultima analisi, il padre del cristianesimo orientale.
Tertulliano
Il più significativo tra gli antichi dottori latini della chiesa fu Tertulliano, figlio di un centurione pagano di Cartagine (intorno all'anno 200). Da principio egli faceva l'avvocato, poi fu guadagnato al cristianesimo, in servizio del quale, benché rimanesse laico, dedico le sue brillanti qualità letterarie. Tertulliano e il primo cristiano, dopo Paolo, della cui vita interiore noi possediamo dati significativi. Egli era una personalità vigorosa sopra il comune, ricca di contradizioni, portata ai maggiori eccessi di pensiero. Teso verso la più rigida severità di costumi, si staccò infine, sotto l’influenza del montanismo, dalla chiesa cattolica, secondo lui moralmente corrotta, e formò coi suoi seguaci una setta. Egli ha avuto una profonda influenza sulla chiesa dell'occidente come creatore del latino ecclesiastico.
Quinto Settimio Florenzio Tertulliano nacque verso il 155, e la sua conversione risale al 195 circa: egli gettò, come si esprime, la toga giuridica per prendere il pallio filosofico. L'affermazione di Girolamo, che Tertulliano fu sacerdote, e contraddetta da una sua esplicita dichiarazione, in cui rivendica, per sé, soltanto il sacerdozio universale: «Nonne et laici sacerdotes sumus?». La sua opera, del resto, per il suo contenuto, e quella di uno scrittore laico al servizio della fede. La sua conversione al montanismo e del 213, e segna nelle sue operette morali un crescendo di rigorismo, che lo conduce alla rottura nel 220. Mori verso il 240-250 senza essere stato mai apparentemente molestato per la sua fede.
Il capolavoro di Tertulliano è l'Apologetiium (verso il 200), nobile e irruente difesa del cristianesimo sul piano giuridico e morale. Tertulliano ironizza l'incoerenza della procedura romana (il rescritto di Traiano), denuncia come enormi assurdita le accuse di infanticidio e incesto che circolavano nel popolino, confuta l'accusa di ateismo, dichiarando che i cristiani professano il monoteismo dei filosofi, a cui l’anima «naturaliter christiana» rende testimonianza nelle sue espressioni più spontanee; afferma la lealtà dei cristiani come sudditi dell'Impero, poiché, se rifiutano di pregare l'imperatore, pregano Dio per l'imperatore, e assolvono ai loro doveri civili, mentre potrebbero, con una secession pacifica, creare guai considerevoli; e conclude con una fiera rivendicazione della potenza del martirio: «Semen est sanguis, christianorum»!
L'esigenza della libertà di coscienza trova la sua prima chiara espressione nella Epistola ad Scapulam (proconsole dell'Africa, 212). L'argomentazione di Tertulliano ricorre a due principii: l'idea (stoica) del diritto naturale, e una coscienza, evidentemente cristiana, della interiorità della fede: nemmeno gli dei amano i sacrifici coatti e insinceri!
Come scrittore antignostico, Tertulliano è soprattutto celebre per lo scritto: De praescriptione haereticorum. La legge delle XII Tavole decretava che chiunque averse goduto per due anni del possesso incontestato di un terreno ne diventava proprietario legittimo, e ogni reclamo doveva venire «prescritto». Tertulliano afferma che la Chiesa è la sola legittima proprietaria della Bibbia, perché la possiede fin dalle origini del cristianesimo e perché l'ha ricevuta legittimamente attraverso Ia successione apostolica: perciò gli «eretici» non hanno alcun diritto di attingere nella Bibbia armi per combattere la Chiesa, e la loro pretesa di discutere deve essere rifiutata preliminarmente: cioè deve essere «prescritta». Le opere polemiche più note sono: Adversus Marcionem e Adversus Praxean.
Tra gli scritti di natura dottrinale merita speciale menzione un gruppo di trattati che definiscono la concezione dell'uomo: De anima, De carne Christi, De resurrectione carnis. Tertulliano è agli antipodi dello spiritualismo della scuola di Alessandria. Mentre Origene sogna una vita disincarnata, e aspira alla liberazione definitiva dai vincoli del corpo, Tertulliano spera una risurrezione integrale dell'uomo, corpo e anima: poiché la carne e la fedele compagna dell'anima, lo strumento delle sue elevazioni ascetiche, ed è la carne che soffre nel martirio: come dunque non dovrebbe condividere la ricompensa dell'anima?
Una serie di scritti morali ed ascetici tratta di alcune questioni vive nella Chiesa all'inizio del III secolo: De cultu foeminarum, De virginibus velandis, De spectaculis, De idolatria. In quest'ultimo scritto, composto sotto l'influenza montanistica, enumerando le professioni e i mestieri che un cristiano non può esercitare, Tertulliano viene quasi a proporre praticamente quella secession cristiana dalla vita secolare, che aveva esclusa nell'Apologetico.
Lo scritto De corona militis sostiene l’incompatibilità dell'uso delle armi con la fede cristiana, sia perché il cristianesimo rifugge dalla violenza (Gesù insegna a morire, non ad uccidere!) sia perché la milizia e continuamente associata a cerimonie del culto pagano.
Nei tre libri Ad uxorem, De exhortations castitatis, De monogamia, Tertulliano combatte con rigore crescente l’idea delle seconde nozze, che proibite ai membri del clero dovrebbero essere per lo meno sconsigliate anche ai laici (che sono anche sacerdoti!); la conclusione recisa dell'ultimo trattato è «Unum matrimonium novimus, sicut unum Deum!» Analoga accentuazione rigoristica troviamo negli scritti De jejunio e De fuga in persecutione. I cristiani consideravano legittima la fuga, per evitare la tentazione di rinnegare il Signore; Tertulliano, che ha per lungo tempo condiviso questa prudenza, al termine della sua vita consiglia di non sottrarsi alla persecuzione; infatti, che sai tu se rinnegherai? Confida in Dio, e resisti.
Il De Pudicitia è il libro della rottura con Roma. L'evoluzione della disciplina ecclesiastica verso una maggiore mitezza, che vediamo iniziarsi col Pastore di Erma, si era proseguita nel III secolo. Un decreto del vescovo romano Callisto, che permetteva la riabilitazione degli adulteri, previa penitenza (si trattava probabilmente in alcuni casi di unioni libere, tra cristiani che per la differenza del ceto sociale non potevano contrarre matrimonio legale) provocò la violenta protesta di Tertulliano; il quale, dimenticando il De praescriptione haereticorum, impugna nel suo trattato la legittimità del vescovo di Roma come successore di Pietro, (il libro contiene la prima discussione del “Tu es Petrus” e contrappone al principio della successione apostolica l'idea montanistica della investitura dello Spirito Santo: caratteristica della vera Chiesa a lo Spirito, non il «numerus episcoporum».
Cosi Tertulliano, spinto dal suo rigorismo morale, tornava alle posizioni del cristianesimo primitivo, opponendo al sacerdozio gerarchico l'antico ministero carismatico, e diventava non eretico, ma scismatico nei riguardi della concezione della Chiesa che veniva codificandosi appunto in quel tempo. A ciò si deve se il più schietto ed appassionato dei figli della chiesa Latina del III secolo non fa parte del numero dei santi.
Cipriano
L'erede spirituale di Tertulliano fu Cipriano. Egli proveniva da una ricca famiglia cartaginese, fu prima retore, poi divenne cristiano e prete, e infine vescovo della comunità di Cartagine, che diresse con energia e prudenza nei duri tempi della persecuzione di Decio. Subì il martirio nel 258, nella persecuzione sotto Valeriano. Come scrittore e teologo, deriva da Tertulliano di cui però egli non condivise certe unilateralità. Il suo significato storico sta nel fatto che Cipriano sviluppò chiaramente e formulo il concetto di chiesa cattolica. La chiesa è per lui una istituzione episcopalmente ordinata e esteriormente visibile. Questa chiesa episcopalmente ordinata è l'indispensabile condizione per il raggiungimento della salvezza, la chiesa unica e capace di dare la beatitudine: fuori della chiesa non c’è nessuna salvezza, non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre. Di un primato di diritto del vescovo di Roma, però, Cipriano non voleva sapere.
Cipriano, nato verso il 210, convertitosi al cristianesimo, era ancora quasi un neofita quando venne elevato alla cattedra episcopale, ed era alle sue prime armi come vescovo, quando la persecuzione di Decio gettò la chiesa in una grave crisi. Cipriano prese la decisione più razionale che eroica di ritirarsi al sicuro onde continuare a dirigere la chiesa dal suo rifugio; e coi gli fu aspramente rimproverato da un partito rigoristico di presbiteri, formatosi a Cartagine e a Roma in quelle circostanze. L'epistolario di Cipriano e il suo scritto De lapsis sono una fonte di preziose informazioni sulle ripercussioni della persecuzione sulla disciplina della chiesa. Il De unitate ecclesiae contiene la teoria dell'episcopato, che è unico ed esercitato solidalmente da tutti i vescovi. Nel VI secolo lo scritto fu interpolato con alcune dichiarazioni in senso papalistico, per renderlo conforme alle teorie che venivano naturalizzandosi nella chiesa.