chi è in linea

Abbiamo 883 ospiti e nessun utente online

I primi pensatori cristiani

II problema cristologico ha attinenze, oltre che con l'idea della redenzione come indiamanto, con la necessità di conciliare il rigido monoteismo della fede ebraica e cristiana, con la coscienza della centralità storica cosmica e religiose della persona di Cristo

I primi pensatori cristiani si posero sulla via aperta dal prologo di Giovanni, che assimilava il Cristo con la Parola creatrice di Dio, e designava questa Parola con il termine pieno di risonanze filosofiche e teologiche del Logos. L'idea del Logos domina tutti gli sviluppi cristologici del II e III secolo, e abbiamo visto quale partito né ricavassero gli Apologisti e Origene.

Cristo veniva concepito come il “pensiero” e la “ragione” di Dio, sempre pensato da lui (non vi è un momento in cui Dio non pensi), strumento della creazione, della rivelazione, della illuminazione e redenzione degli uomini. Ma la teologia del Logos apparteneva al mondo della speculazione teologico-filosofica, poco accessibile ai semplici, e dava un posto forse eccessivo al problema cosmogonico. Non solo: nelle speculazioni teologiche del tardo stoicismo, il Logos aveva acquistato la figura di una divinità inferiore, di un “secondo Dio”.

Questo concetto non presentava alcuna difficolta per la mentalità politeistica pagana, ma era inconciliabile con il cristianesimo. Perciò non fa meraviglia di trovare, nella chiesa del III secolo, accanto alla teologia del Logos, altre tendenze che si preoccupano di mantenere più rigorosamente il monoteismo biblico, e perciò sono dette “monarchiane”. Esse tendono a salvaguardare la «monarchia» divina per due vie opposte: negando a Cristo la divinità essenziale, o risolvendola integralmente in quella del Padre. La pri­ma via e quella seguita dall'adozionismo (Paolo di Samosata, Lu­ciano di Antiochia): Gesù Cristo è un uomo eccezionale, “adottato” come figlio da Dio. La seconda a il modalismo, rappresentato soprattutto in occidente, detto anche sabellianismo dal nome del suo principale fautore, Sabellio: Cristo è un «modo di manifestarsi” di Dio. Lo stesso Dio si rivela come Padre, Figlio e Spirito Santo, che sono le forme fenomeniche della sua rivelazione. Per designare queste forme venne usata l'immagine della “maschera da teatro” prόsopon, in latino persona. II sabellianismo era indubbiamente vicino alle concezioni intuitive della pietà cristiana, che sente, ama, adora in Cristo una manifestazione ineguagliabile del divino, anzi, adora Dio in Cristo, senza proporsi problemi speculativi. Ma questi non si possono eliminare: si doveva dunque dire che l'identità divina, nelle sue manifestazioni, era tale che il Padre stesso, aveva sofferto sulla croce? Tertulliano appunto derideva Prassea e i modalisti come “patripassiani”. Queste due for­me estreme furono rifiutate dalla chiesa, mentre alcuni cercavano di combinarle con la teologia del Logos; cosi, la posizione di Tertulliano, in occidente, si trova ad un punto intermedio tra il sabellianismo e la dottrina del Logos; e appunto nella linea di questa associazione avviene lo sviluppo della concezione ortodossa.

L’arianesimo

L'arianesimo rappresenta invece lo sviluppo dell'adozionismo di Luciano d'Antiochia. 

Ario, presbitero della chiesa di Alessandria, personalmente incensurabile, pensatore ardito e scrittore abile, non negava che Cristo fosse il Logos, ma considerava il Logos come la prima delle creature, e non lo faceva eterno come il Pa­dre. Con queste precisazioni, intendeva evidentemente asserire la subordinazione di Cristo a Dio e l'assoluto monoteismo. Egli dava alle sue idee una forma drastica e popolare: “Dio non è sempre stato Padre; il Figlio non era, prima di essere stato generato; egli è divino soltanto per partecipazione, non conosce veramente il Pa­dre, non è immutabile come il Padre, e perciò non è impeccabile per essenza, sebbene perseveri liberamente nel bene”. Queste negazioni avevano un sapore di empietà, soprattutto quando si rivestivano di forme popolari, come nel Banchetto di Ario: “Avevate un figlio prima di averlo generato?” — “Esistevate prima che vostra madre vi avesse partorito?”.

Fu certo il carattere popolare e lo spirito negativo di questa propaganda che diede alla questione ariana la sua grande risonanza. Scomunicato dal vescovo di Alessandria, Atanasio, Ario trova un appoggio nel vescovo Eusebio di Nicomedia (da non confondere con lo storico). La controversia si accese vivissima, agitando profondamente tutti gli strati della popolazione cristiana. Costantino, che dalla pace col cristianesimo aveva sperato buoni frutti per l’unità spirituale dell'impero, vide nella controversia un pericolo per la sua politica di conciliazione, e convoca un concilio di vescovi per dirimerla: il Concilio di Nicea (325).