Lettera agli Efesini
La Lettera agli Efesini è stata definita “il testamento spirituale dell’Apostolo Paolo alla Chiesa”. Gli studiosi della Bibbia attribuisco questa Lettera all’Apostolo Paolo con consenso unanime e la indicano una delle Lettere della prigionia.
Molti studiosi altresì affermano, che la Lettera all’origine non recava il nome di un destinatario, ma solo: “Ai santi e fedeli in Gesù Cristo, che sono a…”, con uno spazio per scrivere il nome dei destinatari di una copia e che il nome Efesini fu aggiunto dopo, probabilmente perché Tichico, latore della Lettera, giunse a Efeso, città più importante dell’Asia in quel tempo, e quindi, le copie inviate alle varie Chiese portavano il nome Efeso, o fu aggiunto da coloro che provvidero a raggruppare il Libri della Bibbia, per distinguere uno scritto dall’altro, che oggi possediamo col nome, Nuovo Patto.
In ogni caso la Lettera è indirizzata “Ai santi… e ai fedeli in Gesù Cristo” (Ef. 1:1) e quindi, ai credenti di tutti i tempi.
Nella nostra Lettera Paolo spiega la relazione fra Giudei e Gentili un tempo nemici, separati dal muro che i Gentili non potevano superare –pena la morte- (Ef. 2:14), ma ora, per mezzo di Gesù Cristo, entrambi hanno accesso al Padre in un medesimo Spirito (Ef. 2:17,18). Ciò è chiaro in quando i Giudei credenti, fra i quali si novera l’Apostolo col pronome noi, sono contrapposti ai Gentili col pronome voi (Ef. 1:12,13).
Molto si è discusso e si discute ancora intorno a questa Lettera. L’ipotesi predominante è quella che afferma che si tratta di una Lettera circolare per tutte le Chiese, in quando, fin qui l'Evangelo era stato presentato come mezzo di salvezza, l'Apostolo adesso, lo eleva all'altezza di un principio universale. Egli presenta la redenzione come il pensiero eterno di Dio che abbraccia non soltanto tutte le età, ma anche tutto quanto l'universo.
Nella lunga prigionia, prima a Cesarea e poi a Roma, l’Apostolo esterna in poche pagine l’Opera di redenzione del nostro Signore Gesù Cristo, per la salvezza degli uomini e la costituzione della Chiesa. Con la Lettera ai Romani, essa costituisce il massimo trattato dottrinale lasciato da Paolo alla Chiesa. Queste due Lettere, costituiscono i capi saldi della fede cristiana. La nostra Lettera termina con un trattato fondamentale sul combattimento spirituale del cristiano. Questa lotta non è il travaglio che può avere un’anima nel cercare di afferrare la verità. Qui si presuppone che noi conosciamo già e apprezziamo le meravigliose verità descritte dall’Apostolo, la lotta nasce dallo sforzo per conservare e vivere queste verità di fronte a tutte le potenze contrarie.
In vista di questa lotta, l’Apostolo ci ordina di indossare “la completa armatura di Dio” per resistere al nemico.
Abbiamo già detto che la Lettera termina con un testo di esortazione fondamentale per il cammino pratico del cristiano, ma è bene considerare se pur in modo sintetico, quando ha già esposto fin qui Paolo.
Efesini - Cap. 1 1:1
Apostolo di Cristo Gesù. Un apostolo (avpo, stoloj) era un «inviato», in rappresentanza di altri. In più occasioni Paolo parlò della sua missione apostolica (1Cor 1:1; 9:1; 15:7-10; Ga. 1:1, 11-12, 15-16; Ro 1:1-5; 7:7-25; 8:1; Ef 3:1-8; Fil 3:10-12; 1Tm 1:12-16). Di certo considerava l’apostolato come un servizio, non già come una posizione di privilegio personale nei riguardi degli altri cristiani (1Cor 9:26-27; 1Tm 1:12-16). Il termine “ambasciatore” era un sinonimo calzante, e come tale viene impiegato nelle Scritture (Ef 6:20; 2Cor 5:20).
Ad esempio, quando il Sinedrio assumeva una decisione importante, incaricava un apostolo perché la comunicasse a chi di dovere. Paolo affermò che Dio aveva preso la decisione di salvare i Gentili, e Cristo lo aveva inviato a far conoscere la decisione divina agli interessati. Cristo aveva usato dodici uomini scelti, che chiamò “apostoli”, perché fossero emissari del suo regno spirituale annunciando il suo messaggio di salvezza al mondo perduto. Paolo era stato poi “chiamato” (1Cor 1:1) ad aggiungersi ai «dodici di Cristo» e fu annoverato con essi per aver visto il Signore risuscitato. Così scrisse del proprio apostolato: “Perché io sono il minimo degli apostoli, e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio.
Ma per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me” (1Cor 15:9-10). In seguito articolò ulteriormente la propria missione apostolica dicendo: “Ma Dio che m’aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunziassi fra gli stranieri” (Ga. 1:15-16). Paolo era apostolo di Cristo Gesù. L’appellativo Cristo (Cristo,j) figura per primo in gran parte delle attestazioni (“Cristo Gesù”) e identificava un unto, un consacrato. In ebraico si sarebbe usato il termine “Messia” (l’Unto). Gesù è “Cristo” in quanto ha ricevuto da Dio una speciale unzione, la consacrazione come Profeta, Sacerdote e Re, per portare a compimento i disegni divini nel piano di salvezza del genere umano.
Il nome Gesù (VIhsouj) significa, letteralmente, «Geova salva», ed è una variante degli antichi nomi ebraici Joshua, Jeshua, e Jehoshua. Per volontà di Dio. Il fatto che Paolo s’identificasse come “apostolo di Cristo Gesù” dava un carattere di ufficialità all’epistola stessa. Non era un apostolo che si fosse autoproclamato tale per mera presunzione. L’apostolato gli era stato conferito per disposizione divina. Taluni si vantavano di un apostolato che era solo frutto di usurpazione, aspirazione o disposizione umana.
Paolo sapeva che il suo apostolato s’era realizzato per volontà di Dio (dia. qelh, matoj qeou/) perché era stato scelto e inviato da Cristo in armonia con la volontà di Dio. Sapeva anche che, quale che fosse il potere in suo possesso, era un potere delegato da Cristo per volere divino. Non agiva per conto proprio.
Destinatari (1:1) Ai santi che sono in Efeso e ai fedeli in Cristo Gesù. Nel Nuovo Patto i cristiani sono identificati con svariate e diverse designazioni, ognuna associata a specifiche qualità o peculiarità. Il versetto d’apertura di Efesini ne include due: “santi” e “fedeli”. Nelle religioni pagane dell’antica Grecia l’attributo “santo” era riferibile a chi si professava devoto agli dèi. Nel Nuovo Patto, con santi (a[gioi) s’intendono quanti sono in comunione con Dio mediante Cristo. Costoro sono spirituali in natura, appartati per servire a Dio, santificati con il sangue di Cristo, purificati, redenti e consacrati, perciò santi.
Ogni individuo il cui stile di vita lo tiene lontano da tutto ciò che pregiudica il culto e il servizio a Dio, è un santo, separato e distinto dal mondo e consacrato al Signore. Ogni vero cristiano è quindi un “santo”. Non è un titolo riservato a pochi eccellenti, come nella religione cattolica romana, o in qualunque altra struttura umana dove sono le autorità a stabilire chi ne sia degno.
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