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cristiani dei primi secoli

“I cristiani dei primi secoli ebbero coscienza del momento sto­rico particolarmente favorevole in cui il cristianesimo era sorto, ed espressero questa loro coscienza nel concetto della «pienezza dei tempi».

Nel Nuovo Testamento, la pienezza dei tempi è un con­cetto escatologico: significa l'attimo del rovesciamento degli evi, l'ora scelta da Dio nei suoi insondabili disegni, per compiere la re­denzione del mondo. Ma per gli apologisti cristiani la «pienezza dei tempi acquistò un significato di maturità storica: la «pax ro­mana» e, l'unificazione politica del mondo furono considerate come una dispensazione provvidenziale, in vista della predicazione del­l'Evangelo a tutte le genti.”

Le religioni orientali «steriche»

La situazione religiosa offriva un variopinto panorama. I più diversi culti, quasi innumerevoli, vivevano l'uno accanto l'altro, languenti o ricchi di vita, rozzi o raffi­nati, indigeni o stranieri. Parecchie religioni avevano avuto una sorprendente diffusione in molte province. Il mondo era preso da un ardente desiderio di religiosità. Le religioni orientali «misteriche» che vittoriosamente premevano verso ovest avevano il maggior successo: le divinità frigie, Ci­bele (Magna Mater) ed Attis, il culto alessandrino di Iside e di Osiride (Serapide), il culto siriaco di Baal e infine quello di Mitra, emigrato dalla Persia nell'impero romano. Di origine orientale era anche il culto dell'imperatore, la cui organizzazione abbracciò presto tutte le province dell'im­pero. Prima del passaggio dell'impero romano al cristiane­simo si fece innanzi verso ovest una nuova religione orientale: il manicheismo, fondato nel terzo secolo dal persiano Mani, il quale concepiva il mondo con dualistica rigidez­za come una lotta tra il regno della luce e quello delle te­nebre.

Nel corso dei primi secoli dell'era cristiana le reli­gioni diffuse nell'impero romano si sono sempre più av­vicinate 1'una all'altra. Esse si mutavano sempre più in religioni di redenzione che per mezzo di secrete iniziazioni assicuravano 1'indiamento e la beatitudine nell'al di là. A questo si collegò l'ascesi, cioè 1'istanza verso la purezza morale, la continenza, le penitenze, gli atti espiatori. Inol­tre si può già riconoscere nel processo religioso la chiara tendenza al monoteismo. Con questo i culti pagani hanno efficacemente preparato il terreno al cristianesimo, per quan­to essi, da un altro punto di vista, fossero anche in oppo­sizione ad esso.

Pagani e Cristiani

“Le affinità dei misteri pagani e del cristianesimo sono state so­vente sottolineate. Esse non devono però farci trascurare le pro­fonde differenze che vi sono tra loro. I misteri pagani esprimono miticamente l'idea di un eterno ciclo di morte e di rinascita, simbo­leggiato dall'alterno ritmo delle stagioni, mentre il «mistero» cri­stiano proclama l'intervento unico dell'Iddio vivente nella storia. Il termine stesso di «mistero» ha nel cristianesimo un significato particolare: non è una realtà profonda, nascosta, al di là dei sensi, sebbene sempre presente, ma lo svelarsi di una decisione, di un pia­no che s'inserisce nel tempo e lo modifica profondamente: è il mi­stero rivelato della volontà misericordiosa di Dio e del suo amore. Conformemente a questa concezione del mistero, la fede è fiducia nella dichiarata volontà redentrice di Dio, piuttosto che unione mi­stico-rituale col divino. E mentre lo sfondo della religiosità dei misteri è il dualismo di anima e corpo, e quindi la rinunzia asce­tica ai beni del mondo, il cristianesimo annunzia una trionfale pa­lingenesi = (Nel pensiero antico, termine con cui sono state indicate varie concezioni filosofiche e religiose riferentisi al rinnovamento o trasformazione dell’individuo o del cosmo: così l’orfismo, il pitagorismo e certe forme di platonismo hanno inteso la palingenesi come un processo di progressiva purificazione e liberazione dell’anima attraverso successive incarnazioni), in cui la natura e lo spirito, riconciliati, serviranno con allegrezza al Sovrano dell'universo: l'Evangelo del «Regno di Dio».

Religione e filosofia

La religione negli ambienti filosoficamente coltivati non era così viva come negli strati inferiori della popolazione, ma in maggioranza le persone colte evitavano di staccarsi esteriormente dalla religione dei padri. Però presso non pochi la critica filosofica aveva distrutto la fede negli dèi. Così, al tempo della caduta della repubblica romana, non costituiva un caso raro la completa miscredenza. Dopo Augusto seguì un mutamento; d'allora la filosofia acquistò sempre più una intonazione religiosa. Presso Seneca, precettore di Nerone, presso il liberto Epitteto (intorno all'anno 100) e presso Marco Aurelio (imperatore dall'anno 161 all'anno 180) si trovano espressioni quasi cristiane. Il neoplatonismo del ter­zo secolo, rappresentato da Plotino e Porfirio, era una re­ligione di rivelazione. I filosofi dell'epoca imperiale hanno lavorato con zelo al miglioramento dei costumi; come scrit­tori, come predicatori itineranti, come educatori e consiglieri nelle case aristocratiche non pochi di essi hanno predicato con grande efficacia il controllo di sè ed uno sviluppo spi­rituale personale. Così la filosofia greca ha, per la sua parte, preparato il cristianesimo, per quanto grande potesse essere sotto alcuni aspetti il contrasto tra filosofi e cristiani. Non pochi risultati e particolarità della filosofia greca sono stati più tardi accettati dalla chiesa, per esempio l'intellettuali­smo di quella, la sua acuta critica dei miti pagani, la elaborazione scientifica dell'idea di Dio e alcuni importanti concetti dell'etica.

“Nel convergere delle varie scuole filosofiche verso posizioni reli­giose e deistiche, riveste particolare importanza l'evoluzione dello stoicismo, per opera di Panezio e Posidonio (II e I sec. a. C.). L'«anima del mondo», identificata da Zenone con il fuoco primor­diale, nel nuovo stoicismo si spiritualizza, s'identifica con il Logos platonico, e si subordina alla divinità ineffabile e insondabile che sta sorgendo, per un processo di astrazione teologica e mistica, dal sincretismo religioso: il panteismo stoico si subordina al Dio di Pla­tone, e il Logos è il mediatore tra questo Dio eccelso e il mondo delle cose finite e transitorie. Si prepara così la sintesi, tentata da Filone, tra il Logos e la Parola creatrice, ossia la Sapienza, di Dio, e la proclamazione della fede cristiana: il Logos si è fatto carne in Gesù Cristo.”

Giudaismo e cristianesimo

Ma fu il giudaismo, che ebbe la parte più importante nella preparazione del cristianesimo. Esso aveva raggiunto al tempo di Gesù una sorprendente diffusione; nelle regioni orientali del Mediterraneo non c'era alcuna città discretamente grande nella quale non vivessero degli israeliti. In una certa estensione, l'ebraismo della diaspora era penetrato nella cultura ellenistica. Anzitutto i suoi libri sacri erano stati tradotti in greco («Septuaginta») e con questo veniva realizzata una delle più importanti condizioni per la diffusione del cristianesimo nel mondo greco. In Alessandria filosofi ebrei come Filone, contemporaneo un po' anziano di Gesù, avevano fusa la fede ebraica di Dio con vedute stoico platoniche e in questo modo avevano preparata la teologia dei Padri della chiesa. Anche da un altro punto di vista l'ebraismo ha preparato il Cristianesimo: nelle sinagoghe ebraiche si riunivano anche numerosi pagani «timorati di Dio» i quali erano attratti dal culto divino degli israeliti, dalla loro fede in un unico Dio, dalla loro pura adorazione di Dio e dal loro meraviglioso sacro libro. Negli ambienti di questi «timorati di Dio», che a differenza dei veri e propri proseliti, non abbracciavano il giudaismo e quindi non erano legati alla legge ebraica, in questi ambienti appunto, la giovane religione cristiana trovò i primi proseliti non israeliti.

“Nella sua propaganda, soprattutto tra le classi colte, il cristia­nesimo fece sua la potente accentuazione monoteistica della predi­cazione giudaica. La predicazione del monoteismo fu presentata co­me la religione «razionale», «filosofica», a cui lo spirito umano non può negare il suo assenso. Particolarmente ovvia si presentava l'accusa di parzialità verso le autorità dell'Impero, le quali perseguitavano i cristiani perché non professavano la fede monoteistica dei filosofi, che con Marco Aurelio era salita al trono. Con questa ac­centuazione monoteistica, la propaganda cristiana si avviava eviden­temente per la via di minore resistenza: il monoteismo era nel­l'aria, per lo meno nella forma di una subordinazione (li tutte le divinità del pantheon mediterraneo ad un Dio unico ed ineffabile (enoteismo). Ma la proclamazione del «mistero» di salvezza in Cristo era la ragione più vera della efficacia religiosa esercitata dal cristianesimo sulle anime dei suoi adepti.”