Il Cristianesimo come religione dell' impero
Nell’era pre-costantiniana il cristianesimo ha subito molte ingiustizie e persecuzioni. La persecuzione di Diocleziano, dovuta soprattutto all'influenza di Galerio, fu l'ultimo grande scontro tra il cristianesimo e l'impero.
Essa fu detta, per antonomasia, la grande persecuzione. Fallito il tentativo di estirpare il cristianesimo con la violenza, non resta che assorbirlo nel sincretismo pagano.
Questa fu la politica-religiosa di Costantino.
Col regno di Costantino (306-337) cominciò la quarta fase dei rapporti tra il cristianesimo e lo stato romano: la chiesa e lo stato siporgono la mano. Per la politica religiosa di Costantino fu decisiva la sua spedizione contro Roma, (312). Si dice che in seguito a una visione, egli diede al suo esercito la croce come simbolo protettore; e la sua vittoria su Massenzio al Ponte Milvio, presso Roma, confermò la sua fede nella forza miracolosa del simbolo della croce. Nel 313, Licinio, sulla base dell'accordo convenuto con Costantino, diede una costituzione per l'Occidente, in cui veniva annunziata una illimitata libertà religiosa. Costantino poi, specialmente quando rimase solo a imperare (325), favorì sempre più esclusivamente la chiesa e si atteggiò sempre più decisamente a cristiano, benché egli tollerasse il paganesimo ancora in grande estensione. Il battesimo, che egli ricevette sul letto di morte, fu suggello alla sua politica religiosa. Gli imperatori seguenti hanno tenuto la stessa strada aperta da Costantino; il tentativo dell'imperatore Giuliano (361-363) di ristabilire il paganesimo fu vano. Ciò che Costantino aveva incominciato, lo compì Teodosio il grande, il quale elevò il cristianesimo a sola religione autorizzata e proibì con gravi pene il culto pagano (correva l'anno 380).
Dio Sole
La vittoria del cristianesimo nell'impero si comprende se si pensa in quale misura nel terzo secolo la chiesa e il mondo pagano erano venuti ad incontrarsi. Nel paganesimo non solo il livellamento delle religioni e delle particolarità nazionali aveva raggiunto un grido altissimo, e non solo s'era diffuso un sentimento ed una tendenza cosmopolitica verso una religione mondiale, ma anche lo sviluppo religioso aveva sempre più decisamente presa direzione verso il monoteismo. Nella generazione prima di Costantino vi erano, tra i pagani colti, numerosi monoteisti, e sembrava quasi che il culto monoteistico del Dio Sole (Deus Invictus, Sol Mithras) stesse per diventare religione dell'Impero.
Se da una parte il paganesimo venne incontro alla chiesa, d'altra parte la chiesa andò incontro al paganesimo poiché essa a poco a poco accettò numerosi elementi della religione pagana più o meno trasformandoli. Così per i pagani romani del IV secolo il passaggio al cristianesimo non presentò grande difficoltà né dal punto di vista religioso, né dal punto di vista etico. Perciò fin dal tempo di Costantino affluirono grandi schiere di pagani nella chiesa.
La politica religiosa di Costantino
La politica religiosa di Costantino si illumina se si considera come un avvicinamento al cristianesimo nello spirito del sincretismo, piuttosto che come una adesione integrale ed esclusiva alla fede cristiana. Da questo punto di vista si spiegano quelle che, per un convertito cristiano, sarebbero imperdonabili incoerenze. Costantino, che prima dell'Editto di Milano era devoto ad Apollo-Helios, il grande simbolo del sincretismo, continua ad imprimere quel simbolo sulle sue monete accanto al monogramma di Cristo; conserva il titolo di Pontif ex maximus, mentre si presenta alla Chiesa come un vescovo per gli affari esterni; consacra la domenica come giorno festivo, ma la designa come «giorno del Sole»; contribuisce probabilmente a fissare la data della nascita di Cristo il 25 dicembre, giorno della rinascita del sole. E la sua attività conciliatrice al Concilio di Nicea è dovuta, oltre che alle considerazioni politiche, a relativismo teologico, piuttosto che a preoccupazioni di ortodossia.
Il carattere sincretistico della politica costantiniana appare a primo sguardo dal testo dell'Editto di Milano. Il presupposto spirituale della politica di tolleranza è che vi è un solo Dio, a cui tutte le religioni rendono culto secondo le loro caratteristiche peculiari. Da questo punto di vista la politica inaugurata da Costantino è meno rivoluzionaria di quel che sembra. Essa non separa nettamente la sfera della fedeltà politica da quella religiosa, non trasferisce la religione nel campo delle credenze e usanze private, non riconosce la superiorità della coscienza, la sua maturità, la sua autonomia: sostituisce semplicemente al dovere di fedeltà verso le divinità nazionali, quello dell'adorazione della divinità immensa, a cui si rivolgono in realtà tutte le religioni, e da cui discende ogni benedizione sui popoli pii e sui sovrani religiosi. Il gesto di Costantino richiama alla mente l'atteggiamento dei sovrani illuminati del secolo XVIII e le Dichiarazioni dei Diritti dell'uomo, americana e francese. Presenta lo stesso relativismo religioso, la stessa concezione di una «religione naturale» superiore a tutti i culti positivi, la stessa tolleranza, concessa con la stessa motivazione. L'Editto di Milano inaugura, nella politica totalitaria dell'impero romano, una breve, ma tipica fase liberale. Ma le soluzioni liberali, per poter sussistere, richiedono un contrasto di concezioni realmente vive. Il vecchio paganesimo aveva cessato di esserlo. E a spingere gli imperatori cristiani verso nuove forme di alleanza tra lo stato e la chiesa, pensarono i vescovi cristiani.
Il paganesimo, dopo che con Teodosio il grande diventò reato politico, scomparve rapidamente dalla vita pubblica. I templi pagani furono assaltati dai vescovi, dai monaci e dalla plebe cristiana spesso in sanguinosi conflitti coi pagani: inestimabili tesori d'arte furono distrutti, specialmente in Oriente, e in Alessandria fu uccisa la filosofa pagana Ipazia. Malgrado questo, il passaggio della popolazione dell'impero al cristianesimo non fu cosa compiuta entro pochi decenni. Il paganesimo persisté ancora molto tempo nelle famiglie senatorie di Roma e negli ambienti filosoficamente coltivati; a questi ultimi però Giustiniano, con la chiusura della scuola filosofica di Atene nel 529, tolse il più valido sostegno. La fede pagana continuò a vivere tenacemente nella popolazione della campagna e nelle grandi città, come Costantinopoli.
Non senza volontà di compenso lo stato romano aveva, colla nuova legislazione, aiutato la chiesa nella sua vittoria sui culti pagani. L'attuazione dell'unità religiosa nell'impero avrebbe dovuto consolidare dall'interno l'impero stesso. La chiesa avrebbe potuto naturalmente essere utile a questo scopo, se essa stessa fosse stata una compagine unitaria. Perciò gli imperatori romani intervennero nelle questioni interne della chiesa e cercarono, attraverso decisioni di forza, nelle discordie ecclesiastiche, di ristabilire l'unità della chiesa, ogni volta ch'essa era minacciata. Infatti gli imperatori hanno inquesto modo aiutato la chiesa ad ottenere una maggior unità, certo a prezzo di quasi interminabili complicazioni ecclesiastiche. La chiesa perde con ciò la sua libertà, e si formò in oriente un governo ecclesiastico diretto dall'imperatore, il cesaropapismo, il cui classico rappresentante fu Giustiniano I (527-565). Nell'occidente, invece, l'impero romano e la chiesa dell'impero si sciolsero, prima che il cesaropapismo potesse svilupparsi completamente.